PERCHE’ RECARSI A LOURDES

Il dodici aprile scorso, al mattino ero un po’ triste. Ma uscita da casa trovai subito consolazione.

Mi ricordai di quello che una monaca mi disse:””Esci quando ti senti triste, il vento può farti una carezza che viene da chi ti ama, la pioggia confondere le sue gocce con le tue lacrime, il sole asciugarti le guance e abbracciarti con suo calore.

Infatti vissi poi quel tempo di pellegrinaggio a Lourdes come se avessi vissuto tutta la vita per quei giorni. Quei momenti passati dinnanzi alla grotta dell’apparizione erano diventati il senso stesso del mio esistere.

Non bisognerebbe sprecare nemmeno un attimo di un giorno come quelli in cui la vita ci appare nella sua giusta luce. Ogni attimo, ogni sensazione dinanzi all’Immacolata Concezione sono irripetibili.

Laggiù alla grotta di Massabielle ho capito che il firmamento è anche sulla terra e noi ci camminiamo sopra senza accorgerci di calpestare le stelle, dove anche un pezzettino di legno può diventare un messaggio d’amore .

l cuore cominciò ad aprirsi non appena entrati nella grande spianata che conduce al Santuario. Le carrozzine dei malati in particolare davano al paesaggio un tocco di umanità autentico e profondo.

Ma il mio cuore ebbe un sussulto di gioia solo quando incominciai ad intravedere la grotta dove era apparsa la Madonna. La miravo da lontano al di qua del Gave, che scorreva via veloce con le sue acque fresche e profonde.

Lassù nella nicchia si stagliava la bianca statua dell’Immacolata Concezione. Ecco “”Il cuore di Lourdes”” pensai.

Quando ti avvicini alla grotta senti che il soprannaturale ti viene incontro e ti avvolge, la Madonna non ti appare più, eppure lì ha lasciato la grazia della Sua presenza misteriosa ed efficace.

Mi fermai a guardare la fila interminabile di persone che attendeva pazientemente il proprio turno per passare li davanti. Nessuno tralasciava di toccare con le proprie mani quelle pareti di roccia , e poi arrivati sotto la nicchia dove Bernardette si inginocchiava, eccoli alzare gli occhi verso la statua di marmo come se fosse una persona viva che li ascoltava e li guardava.

Penso che la Vergine Santa non venne per fare nuove rivelazioni ma per risvegliare la fede assopita e per rinnovare una chiesa dolente e affaticata.

Nel nostro cammino su questa terra Lei ci ha dato di vivere momenti pieni di luce che ci arricchiscono spiritualmente e ci commuovono sino alle lacrime.

Essere soli (fra tanta gente) sotto un cielo di stelle nel chiarore di una notte di luna, lontani dal mondo e dalla vita d i tutti i giorni, è essere di fronte alla nostra coscienza che chiede una prova di verità, di amore e di costanti preghiere .

Da Lourdes si è diffuso nel mondo uno del messaggi più alti e più incisivi sulla dignità del malato e sul valore della sofferenza per mezzo della quale il Figlio di Dio ha salvato il mondo.

ORA DI ADORAZIONE

CEUN MISTERO NELLA SOFFERENZA CHE SOLTANTO LA LUCE DELLA CROCE CI AIUTA A CAPIRE. AGLI OCCHI DEL MONDO LA MALATTIA E VISTA PERDITA DI CAPACITA E NECESSITA DI ATTENZIONE TANTO CHE NON SONO POCHI I MALATI, SPECIALMENTE QUELLI ANZIANI CHE PENSANO ESSERE UN PESO PER LE FAMIGLIE E PER LA SOCIETA’.

LA RICHIESTA DI EUTANASIA VIENE PIU’ DA QUESTO STATO PSICOLOGICO DI FRUSTRAZIONE CHE DALLA INSOPPORTABILITA’ DEL DOLORE. QUANDO LA SOFFERENZA NON HA SENSO, QUANDO NON C’E’ PIU’ LA SPERANZA DI GUARIRE, QUANDO SI AVVERTE LA VITA COME UN PESO PER SE’ E PER GLI ALTRI ALLORA SI DESIDERA MORIRE E PERFINO SI CHIEDE DI ESSERE “AIUTATI” A MORIRE.

GESU’ CI HA INSEGNATO IL GRANDE VALORE DELLA SOFFERENZA DAVANTI A DIO, APPESO AL PATIBOLO OPPRESSO DA INVICIBILI DOLORI, APPERENTEMENTE IN UNO STATO DI TOTALE PASSIVITA’, HA COMPIUTO L’OPERA DELLA REDENZIONE DEL MONDO.

Chi SOFFRE ANCHE SE INCHIODATO SU UN LETTO O SU UNA CARROZZINA, COOPERA PIU’ DI QUALSIASI ALTRA PERSONA ALLA GRANDE OPERA DELLA REDENZIONE.

NON VI E’ NULLA DI PIU’ IMPORTANTE E DI PIU’ UTILE DI QUESTA COOPERAZIONE A CUI DIO CHIAMA. NULLA PUO’ COMPETERE CON IL VALORE REDENTIVO DEL DOLORE.

INFATTI E PER MEZZO DELLA CROCE CHE SIAMO STATI SALVATI ED E MEDIANTE LA NOSTRA CROCE CHE COOPERIAMO ALLA SALVEZZA DEL MONDO.

GESU’ CI INVITA A SOTTOMETTERCI ALLA VOLONTA’ DI DIO E A PRONUNCIARE IL NOSTRO “FIAT VOLUNTAS TUA”.

L’ACCETTAZIONE CI DISCHIUDERA’ UN CAMMINO CHE MAI AVREMO NEMMENO IMMAGINATO. COMPRENDEREMO CHE IL CALICE DEL DOLORE DIO LO OFFRE SOLO ALLE ANIME PER LE QUALI HA I PIU’ GRANDI PROGETTI.

Il DOLORE HA UN VALORE SALVIFICO PERCHE’ E ATTRAVERSO DI ESSO CHE L’UOMO ESPRIME LA VERITA’ DEL SUO AMORE. L’AMORE PROFESSATO A PAROLE HA BISOGNO DI RISCONTRI NEI FATTI. LA SOFFERENZA E’ QUEL FUOCO DOVE L’AMORE DIVENTA PURO E MOSTRA LA SUA AUTENTICITA’.

O GESU’ LA TUA TESTIMOGNANZA LINPIDA E SCHIETTA E’ UN RAGGIO DI LUCE CHIARA CHE ILLUMINA I SENTIERI DI QUESTO MONDO SMARRITO.

PREGHIERA alla MADONNA

Maria stella lucente nel cielo azzurro
risplendi ora com un sole nella chiesa del Signore.
Te beata che hai potuto completare la
luce dell’eterna giovinezza.

Il tuo sorriso d’amore ha illuminato i
sentieri smarriti di questo mondo.
Tu hai portato alla chiesa in festa
l’approvazione del cielo sul mistero
inaccessibile di Santità e di grazia di cui
l’Altissimo ha investito su di Te.

Umilmente Ti chiedo aiuta i nostri
giovani a guardare la vita con gli occhi
della speranza, i nostri anziani e tutti gli
ammalati ad essere sollevati dalle
sofferenze, dona loro la forza di
proseguire il cammino terreno.

In Te contempliamo la redenzione che zampilla
dal dolore.

Amen

Il mio stupendo e santo sogno

Giorni or sono ho avuto, a mio parere, la grazia di fare un sogno bellissimo e santo che mi ha realmente dato emozione e aiutato in un momento difficile.

Quella sera , prima di coricarmi avevo parlato con i miei due figli: Sante e Barbara, dell’intervento che forse dovevo subire ad un piede, a causa di una caduta al mare.

Parlando cercai di apparire un po’ turbata, ma non preoccupata, ma quando mi recai a letto detti sfogo a tutte le mie paure dato che. L’intervento che dovevo subire non sarebbe stato per niente facile e dalla degenza a letto abbastanza lunga.

Dopo un po’ mi coricai e nel silenzio fui presa da un grande sconforto perché pensavo che fosse giunta la mia fine di donna coraggiosa ed allegra e piansi come non mai. Finchè fui sopraffatta da un sonno profondo, durante il quale vissi un momento che mai dimenticherò, un sogno, non una visione, che porterò per sempre nel mio cuore e nella mia mente.

Mi sembrava di trovarmi all’inizio di una strada non molto larga fiancheggiata da due verdeggianti siepi, all’inizio della quale vedevo una persona che lentamente veniva verso di me.

Rimasi immobile e piena di curiosità. Era di altezza normale, vestita con una tunica bianca e dai capelli un po’ lunghi e biondi. Non capivo se era uomo o donna. Lentamente mentre mi si stava avvicinando vidi che sul viso aveva un pò di barba bionda. Era un uomo abbastanza giovane. Che continuava ad avanzare e quando non ebbi più alcun dubbio, cominciò a battermi forte forte il cuore.

Non sapevo più come comportarmi, sorridergli o piangere dalla gioia e commozione. Capii che era nostro signore che venendomi incontro mi sorrideva. Mi si avvicinò prendendo le mie mani fra le sue e stringendomele forte forte. Rimasi come allibita, ma poi anch’io gli sorrisi. In quel momento mi svegliai. Ero tutta sudata, ma felice come non mai.

Erano le prime luci dell’alba, il cielo stava diventando di un azzurro meraviglioso. Rimasi stesa sul mio letto per un pò, le mie paure, le mie angosce erano sparite. Mi sentivo pronta ad affrontare tutto quello che poteva succedermi. Però capii che non fu una visione ma un sogno di una bellezza meravigliosa, unica che mai piu’ dimenticherò.

Regina Pacis

Il paese sorgeva quasi a ridosso della riva sinistra del Po. Pochi abitanti, circa seicento, una chiesa abbastanza grande e ben tenuta con a fianco una canonica fatta con mattoni di una vicina fornace, un po’ di case raggruppate in una via, il forno del pane, una bottega di generi alimentari, un ambulatorio nel quale andava due ore alla settimana un medico, già stanco poiché doveva prima essere presente nei paesi limitrofi ed alcune volte arrivava pure in ritardo perché spesso si rompeva una ruota del suo calesse, una vecchia farmacia, un maniscalco, un fabbro che aggiustava anche le poche biciclette in circolazione, un pozzo chiuso vicino alla scuola elementare e nulla più.

Tutto attorno distese di campi a non finire con viottoli alberati e fossati pieni d’acqua. Qua e là vecchie cascine con adiacenti stalle per i buoi e fienili sgangherati, pieni di fieno.

Negli anni attorno al millenovecentoquindici vigeva la mezzadria, che era un contratto agrario che regolava un sistema di conduzione dell’azienda agricola che sta fra la gestione diretta e l’affitto. Le condizioni dei mezzadri erano migliori di tante altre famiglie povere perché gestivano direttamente la conduzione di una fattoria e spesso potevano contare oltre che su una casa, anche su un orto lasciato a loro completa disposizione.

Nel pieno di questa terra inospitale e bellissima nello stesso tempo, si trovava a casa di una famiglia di mezzadri. Si trattava di una vecchia costruzione della fine del seicento. In origine era stata costruita come deposito di grano, quindi il pavimento era sterrato e l’alto soffitto era stato abbassato con un graticcio di canne. Una scala esterna che dava sull’aia, portava alla grande cucina,con il focolare, un tavolo, qualche panca, la madia, il calderone di rame per la polenta, con il suo mestolo di legno, le posate di stagno o di legno, i tegami di coccio. I panni venivano lavati presso un rustico pozzo nel cortile.

Ci si illuminava con candele e lampade ad olio. Il bagno, o meglio la latrina, fuori in un casotto un po’ lontano dalla casa.

Dopo la cucina c’era il magazzino degli atrezzi più piccoli: falci, falcetti, roncole, asce, forche, rastrelli, zappe e vanghe.

E’ qui che viveva Angela con i genitori, una fanciulla di diciassette anni, di una bellezza semplice, ma nello stesso tempo vistosa.

Aveva frequentato la scuola sino alla terza elementare, non poteva andare oltre, si dedicava con amore nell’accudire la casa e nell’attendere ai vari animali da cortile: galline, pulcini, anatre, oche, pulire la stalla dare il fieno a mucche e vitelli, poiché la mamma doveva aiutare il marito nel lavoro della terra.

Il suo vestito più bello era per la Messa della domenica, quotidianamente indossava vestiti dimessi acquistati di terza o quarta mano, giacchine oramai senza bottoni, con tasche sformate come avessero portato il mondo addosso.

Lei sognava, come tante altre ragazze della sua età di potere un giorno vivere in qualche città magari a servizio di una famiglia signorile, così avrebbe potuto stare a contatto con gente istruita, anche se non poteva frequentare la scuola.

Voleva dare un senso a quella vita piatta senza un perché, lavoro, lavoro e nulla più, però ricordava sempre le parole di un sacerdote al quale aveva raccontato tutto il suo disagio, che le aveva risposto:”Quando la paura, la stanchezza della vita cercherà di assorbirti, confida nel Signore “. Lei pregava spesso anche quando, in mancanza del padre, era impegnata in una delle cento incombenze necessarie al funzionamento di una fattoria. Anche nei mesi di pieno inverno, quando i campi chiedono meno fatica s’industriavano a riparare e costruire attrezzi, ceste, stuoie, graticci, sedie.

Non molto lontano della casa di Angela, viveva in una vecchia abitazione una famiglia di poveri contadini composta dalla madre, una vedova con due figli: Giuseppe, di diciotto anni e Antonio di sette.

La madre guadagnava qualche soldo andando a servizio presso qualche signorotto del paese dove le umiliazioni erano all’ordine del giorno, perché la povera gente veniva sempre bistrattata anche per un nonnulla. Giuseppe lavorava, quando lo chiamavano i mezzadri, nei momenti della raccolta del grano, del granoturco o per pigiare l’uva. Era un ragazzone forte e dai bei lineamenti. In qualche occasioni aiutava anche la famiglia di Angela, però i due ragazzi non avevano mai comunicato fra loro, solamente qualche parola doverosa e nulla più.

Fu un giorno di fine primavera, verso il tramonto quando un nero temporale stava avvicinandosi con tutta la sua irruenza, che i due giovani, senza volere corsero per ripararsi dai primi goccioloni di pioggia nella stalla adiacente alla casa.

Angela timida com’era disse solamente, rivolgendosi a Giuseppe qualche frase incomprensibile, mentre lui in quel momento la guardò con occhi diversi dal solito e s’accorse che Angela era davvero bella. La pioggia non era ancora cessata che ambedue si salutarono per rincasare, forse avevano già qualche rimorso di essersi appartati da soli.

Ignorati dalla politica perché analfabeti e nullatenenti, visti come bestie da soma dai proprietari, della vita sociale dei contadini si occupava solo il clero di campagna, il quale chiedeva ai proprietari non giustizia sociale, ma carità cristiana che a quell’epoca era anche l’unica giustizia sociale.

Era l’ultima settimana di giugno,quando iniziò la mietitura, tutto il lavoro era seguito con attenzione dal fattore che a cavallo per celebrare la solennità dell’occasione faceva sentire tutta la propria autorità. Si cominciava all’alba, il grano veniva tagliato con la falce, file di contadini chinati, cantavano delle nenie paesane, erano fortunati i giovanetti, perché non inchinavano le ginocchia e quindi si risparmiavano il mal di schiena. Dopo pochi giorni ecco la trebbiatura, alle cinque del mattino si sentiva già il suono del motore Landini” che con il suo rumore sembrava dare la carica a tutti i lavoratori. In quei giorni i contadini avevano diritto a quattro pasti gratis, il lavoro finiva con il calar del sole e tutti venivano pagati ogni sera. Anche il giovane Giuseppe partecipava, per guadagnare un po’ di soldi per poi consegnarli alla mamma.

E fu proprio nel mezzo di una di queste faticose mattine che venne chiamato presso una caserma dei carabinieri di un paese vicino. Nemmeno si cambiò gli abiti impolverati e scalzo, le scarpe venivano calzate solo per la messa della domenica, si recò velocemente per capire cosa volevano da lui. Gli consegnarono una cartolina rosa dicendogli: “ Quanto prima devi recarti in una certa caserma di Padova per essere arruolato per il servizio militare”. Giuseppe non si rese conto della gravità della chiamata, in quel momento provò quasi un senso di contentezza, pensando che la sua vita sarebbe cambiata in meglio. Informò subito la mamma che sentendo parlare in casa della signora in cui andava a servizio, di una imminente guerra, nella sua intimità pianse.

All’indomani Giuseppe indossò il vestito della domenica per recarsi presso un comando di Padova, in quel mentre incontrò Angela, la quale attorno alla testa, come usavano le ragazze di quei tempi, portava quasi sempre un grande fazzoletto nero legato sotto il mento, la sua bellezza colpiva ugualmente. Giuseppe la invitò a fermarsi la informò di ciò che gli stava accadendo. Nel sentire della partenza di quell’umile ragazzo Angela fu dispiaciuta talmente che quasi vergognandosi, si asciugava le copiose lacrime che le scendevano sl suo bel volto. Giuseppe capì che Angela gli voleva bene. Rubò un po’ di tempo a ciò che doveva espletare, invitò Angela a sedersi vicino a lui su di un vecchio tronco d’albero ai bordi della strada sterrata.

Era una giornata oppressa da un caldo umido, i volti dei due giovani erano rigati da goccie di sudore, Giuseppe per la prima volta prese il volto della giovane fra le sue tremanti mani e lentamente l’avvicinò a se baciandola sulla fronte.

Angela si lasciò andare pensando di vivere il momento più bello della sua vita. Furono attimi indimenticabili due cuori cominciavano a battere all’unisono l’uno per l’altro e fecero sentire nuove sensazioni ai due ragazzi che capirono che per loro era iniziata una nuova vita. Disse un poeta: “L’uomo è vivo quando è capace di emozionarsi ed amare”.

Quando la madre di Giuseppe seppe che doveva partire per il fronte e precisamente presso il fiume Isonzo, piangendo tutte le sue lacrime pensò:”La croce non può mancare quaggiù, l’ha ogni anima come ogni casa, per questo i nostri vecchi volevano scolpirla su tutte le porte e la tenevano pur rozza ad ogni letto, da quando il mio Giuseppe cominciò a pronunciare le prime sillabe eravamo io e mio marito impazienti di fargli dire Gesù e farlo segnare da cristiano. I figli sono quelli che permettono agli adulti di tollerare la vita di amare la sofferenza di benedire il sacrificio. Chi non ha figli ha una scala in meno per salire in cielo.”. Parole sante di una povera madre che ora rimaneva sola a proteggere il suo piccolo Antonio.

La partenza di Giuseppe oramai era imminente, gli incontri con Angela si susseguirono, lui non sapeva dirle parole ricercate, i suoi pochi studi gli permettevano con fatica la sua firma, ma nella sua semplicità le disse una frase:”Angela io penso che un’uomo possa morire per amore, quindi amami tanto cara”.

Per l’esercito Giuseppe era un giovane pieno di vigore, fu mandato subito sul margine delle montagne nell’alto Isonzo. Dove erano state create due potenti teste di ponte in corrispondenza di Tolmino e di Gorizia.

L’Austria sembrava avesse il sopravvento gli Italiani scattarono all’attacco occupando i più importanti passi di frontiera e varie località nella Val Camonica, nelle Alpi Giudicarie, sul versante orietale del Garda ed in Vallarsa. Giuseppe anche se inesperto durante i combattimenti si comportò valorosamente mettendoci tutta la sua buona volontà. Aveva la virtù di fare sempre, in tutte le occasioni, il proprio dovere come gli aveva insegnato la mamma per amore di Gesù.

Il suo pensiero era sempre alla sua famiglia e alla cara Angela, specialmente nei momenti più tragici quando sembrava imminente la sua fine, come quando steso a terra riparato solamente di alcuni massi e inerme perché il suo fucile era rimasto scarico di pallottole, pregando e pensando ai suoi affetti attese per ore la morte per mano del nemico che stava avanzando, ma che alla fine venne fermato consentendogli di tornare al suo reggimento sano e salvo.

Fra quei monti trovò una chiesetta abbandonata, nessuno pareva accudirla, erano momenti tragici, luoghi in cui la guerra imperversava con tutta la sua drammaticità. Aveva una Madonnina posta sull’altare, incastrata su di una lapide una frase che gli rimase impressa nel suo cuore: Regina Pacis ora pro nobis”, Regina della pace prega per noi.

Finché rimase in quei luoghi Giuseppe adornò l’altare con la Madonnina con ciclamini, stelle alpine ed altri fiori di montagna e quando aveva qualche attimo di tempo si recava lì a pregare con le preghiere che gli aveva insegnato il Sacerdote al catechismo e, a casa, quella povera contadina analfabeta di sua madre: “Ave Maria piena di grazia fa che io torni dalla mia Angela e dalla mamma”.

Angela aspettava e pregava, i principi della sua vita cristiana erano semplici ma chiari come la sua vita: fedeltà senza debolezze a tutta la legge di Dio, ciò che è peccato non si deve fare a nessun costo. Dalla preghiera alla confessione frequente, dalla Comunione seppe attingere quella energia fisica e morale da cui aveva quotidianamente bisogno.

Aspettava con ansia che la guerra finisse che il suo Giuseppe tornasse sano e salvo in seno alla sua famiglia. Povera Angela ! Di notizie ne aveva davvero poche. In quei tempi i mezzi di informazione, specialmente nei piccoli paesi di campagna erano pochi, la posta era quasi ferma, qualche notizia veniva recepita dai signorotti del paese che recandosi spesso in città erano al corrente di ciò che accadeva.

Nel frattempo in casa di Angela le cose non andavano molto bene, era la primavera dell’anno millenovecentodiciotto, il padre Guglielmo cadde malato di febbre malarica e, a questa, si aggiunse ben presto la meningite.

L’aveva presentito? Chissa certo che un giorno scaricando del fieno si sentì venir meno. Angela capì subito che in quel doloroso frangente deve sostituire la mamma inchiodata al letto del babbo, e si prodigava instancabile, vegliava alternativamente con la mamma al capezzale del genitore, pensava alla pulizia della casa al cibo alle spese quotidiane, alle medicine.

Angela era dappertutto, sempre alla sponda del letto paterno, quando non c’era la mamma a sorvegliare ogni momento della malattia o i desideri del babbo, e correva in cucina ad accudire le faccende domestiche non appena la mamma faceva ritorno, A tutto provvedeva affinchè il caro malato e la mamma non avessero altre preoccupazioni.

Notti insonni, giornate quasi digiune, strapazzi continui, eppure Angela non sentiva quasi mai il peso della stanchezza e nei tempi liberi era sempre li accanto al babbo che vedeva lentamente spegnersi.

Quando il padre Guglielmo capì che la sua fine era prossima, non si sgomentò. Munito dei conforti religiosi non temette di passare dal mondo all’eternità. Vedendosi mancare, chiamò la sua sposa accanto al letto e le disse che la lasciava più che mai mamma e anche babbo, della figlia ancora troppo giovane.

Angela all’ultimo respiro affannoso del babbo ebbe uno sussulto e si sentì mancare, ma si dominò rivolgendosi all’immagine della Madonna che spiccava in capo al letto e, all’Immacolata che sembrava aver colto l’ultimo sguardo del padre morente, espresse tutta la sua angoscia. “Non ho più padre” aveva detto alla Madonna, e la Madonna le parve rispondere:”Ma non ci sono Io ?”.

Angela dalla morte del babbo ebbe il cuore lacerato, quel padre che l’aveva cresciuta con il sudore della sua fronte. A sera accanto a quella spoglia erano sole nessuno c’era nella penombra ove i quattro ceri mandavano i loro guizzi di luce e davano l’illusione della stabilità eterna: Il vero volto del mistero della morte. Angela guardava con affetto la mamma, che pur piangendo era calma immersa nella orazione, lei resistette a lungo ma poi fu vinta dall’emozione e scoppiò in un pianto dirotto. La mamma visto che stava sbiancando si precipitò a sorreggerla dicendole: ”Tuo babbo da lassù già ci protegge”.

Dopo quella volta Angela si mostrò più forte, ma le lacrime scorsero a lungo prepotenti dal cuore ferito dalla perdita dell’affetto unico, il più forte, il più santo che la legava sulla terra, confortata comunque dall’amore della mamma. Le necessità fecero di Angela una donna, si occupava di tutti i lavori di casa senza mai lamentarsi. Così la mamma potè dedicarsi come il bisogno richiedeva a tutti i lavori pesanti dei campi, perché diceva, era abituata fin da giovane. Lo stesso fattore quando vide come questa povera donna lavorava e come Angela la suppliva in casa cercò di aiutarla mandandole un contadino per i lavori più pesanti. E’ certo però che non poteva più sostenere il lavoro di mezzadria.

Intanto la guerra contro l’Austria/Ungheria che l’esercito italiano aveva iniziato nel maggio 1915, sotto l’alta guida di S.M. Il Re Comandante Supremo, inferiore per uomini e mezzi ma con fede incrollabile e tenace valore continuata interrottamente per 4I mesi, venne VINTA !!!!.

La voce che la guerra era finita si sparse velocemente anche nei parsi più piccoli, Angela corse subito a casa di Giuseppe per dare la bella notizia alla mamma, la quale si mise in ginocchio e piangendo, ringraziò la Madonna.

Quegli anni di guerra furono pieni di paura e lacrime, Giuseppe non ebbe più la possibilità di dare sue notizie perche sebbene molto giovane fu mandato in prima linea. Invocò sempre la Madonna di quella chiesetta fra i monti che dovette abbandonare per i continui spostamenti, con le parole che il cuore suggeriva: ”Regina della Pace aiutami, fa che questa guerra finisca ed io possa tornare presso le persone che io amo tanto”.

In un ultimo drammatico combattimento venne ferito alla testa, e venne ricoverato immediatamente presso l’ospedale di Trento, le sue condizioni non erano gravi ma la degenza fu abbastanza lunga. Le notizie a casa arrivarono in ritardo, Angela e la mamma di Giuseppe temettero il peggio.

Ma ecco un giorno arrivò un fonogramma: ”Arrivo domani pomeriggio all’ospedale militare di Padova, Giuseppe”.

La madre tremante alzò l’esile braccia in segno di ringraziamento divino, nello stesso tempo piangendo chiamò Angela:il nostro Giuseppe è vivo grazie al cielo, ma ferito, che facciamo Angela ?”. Lei non esitò un momento, chiese in ginocchio al fattore, che possedeva un’ auto, un vecchio camioncino, se poteva in via eccezionale accompagnare lei e la mamma di Giuseppe sino all’ospedale militare di Padova.

Quell’uomo ci pensò un po’ ma poi spinto anche dalla buona moglie accettò. Il viaggio fù abbastanza lungo l’automobile non superava i quaranta all’ora, e si fermò diverse volte, ma alla fine arrivarono. Fù un incontro dove la commozione fu grande Giuseppe era a letto,ma in buone condizioni, i baci e gli abbracci furono abbondanti. Le due donne fecero ritorno a casa con il cuore pieno di gioia aspettando il ritorno definitivo di Giuseppe.

Nel frattempo il fattore spiegò con le dovute precauzioni, ad Angela e alla mamma che presto avrebbero dovuto lasciare la casa che sarebbe stata consegnata ai nuovi mezzadri che stava cercando poiché le loro braccia erano insufficienti per il lavoro di tutta quella terra. Le due donne piansero amare lacrime ben sapendo che la loro situazione poteva diventare molto difficile. La madre di Angela, non perse la fiducia e nel suo cuore confidò nell’aiuto del Signore e nel marito defunto che le proteggeva dal cielo.

Giuseppe di lì a non molto tornò, tutto il paese l’accolse come un eroe, non si fece gran festa, poiché altri giovani purtroppo non tornarono. Fece un po’ di convalescenza, ma poi sentita la triste notizia da Angela, si recò personalmente dal padrone per chiedere, con preghiera di essere assunto come mezzadro nella fattoria al posto del padre di Angela. Il signorotto, ben conoscendo la forza d’animo e le virtù di Giuseppe non esitò ad accoglierne la richiesta.

Di tutto ciò fu felice anche la madre di Giuseppe, poiché sapeva che il suo caro figlio non si sarebbe dimenticato della sua famiglia. Giuseppe non era più il ragazzo di un tempo, gli anni passati, in guerra, avevano fatto di lui un uomo maturo,cosciente di tutte le sue azioni, ed ora il suo più grande desiderio era di sposare Angela.

Il fratello Antonio era un bel giovane volonteroso col desiderio di continuare gli studi. La mamma era addolorata non avendo mezzi per poterlo accontentare, ma quasi miracolosamente intervenne il parroco del paese, che lo prese sotto la sua protezione e lo mandò a studiare presso un seminario con la speranza che rafforzasse la sua fede, diventando un giorno un buon sacerdote.

Giuseppe prese possesso dei campi a mezzadria, così Angela e la mamma poterono rimanere tranquille nella loro casa, Ma le cose non potevano proseguire così, e un bel giorno Giuseppe, alla madre di Angela, chiese in sposa la figlia. La donna fece una pausa di silenzio, pensando che forse era un passo prematuro, ma dopo una breve riflessione acconsentì, promettendo di accoglierlo in casa come un figlio. Angela era li trepitante che aspettava. Quando sentì l’affermazione della mamma, in un slancio abbracciò Giuseppe e pianse di gioia.

Di li a pochi mesi arrivò il gran giorno del matrimonio.

Erano tante le persone accorse fuori della chiesa, stupenda visione di giovinezza cristiana, persone semplici, serene, allegre e modeste come a una festa in famiglia, c’erano anche persone dai paesi vicini, facce bronzee dal sole primaverile e dalla pura gioia dell’aria e della libertà dei campi. In paese non ne avevano mai viste tante assieme. Appena furono aperte le porte si riversarono in chiesa, gente ordinata che si sparpagliava fra le piccole navate. Appartenevano quasi tutti a famiglie di campagna, meravigliosa fioriture di giovinezza. Poco prima che cominciasse la solenne funzione, un donna vestita di nero avanzò lentamente con la figlia al braccio per accompagnarla all’altare. La donna sbigottita dal battimani e incantata da come era stata addobbata la chiesa, arrivò sotto l’altare maggiore, e lasciata Angela, sedette in prima fila.

Sembrava tranquilla eppure si vedeva che il suo cuore era sospeso e batteva fortissimo. La sua povertà ed il suo analfabetismo la tenevano umile fra tanta gente. Quando alle undici iniziò la S.Messa accompagnata dall’Ave Maria di Schubert, il suo petto cominciò ad alzarsi ed abbassarsi violentemente sussultando. La povera donna sopraffatta dall’emozione pur circondata dal calore e dal’affetto di tutti i presenti divenne di un pallore più candido dei garofani bianchi che addobbavano l’altare. Ma fu un momento, presto si riebbe, si sforzò di guardare sua figlia, bella come un angelo, e a quel punto si commosse visibilmente e calde lacrime le solcarono le scarne e rugose guance, quegli occhi velati di pianto si fissarono lontano nel passato e videro Angela ancora piccola giocare con l’amato padre.

Assistente alla S.Messa il fratello di Giuseppe, Antonio che stava avviandosi sulla via del Diaconato. La cerimonia dura più del previsto poiché il discorso del parroco è lungo e pieno di particolari, parla della giovinezza di Angela, della morte prematura del padre, parla della guerra, di come si è comportato Giuseppe nelle battaglie sui nostri  monti. La gente ogni tanto applaude e piange finché ecco che dal vecchio organo si alzano le note della Marcia Nunziale.

Angela e Giuseppe lentamente si avviano verso l’uscita, raggianti di felicità e tutto un battimani, a piedi i due novelli sposi si avviano seguiti da corteo d’invitati verso la casa di Angela, dove alcune donne del paese avevano preparato un semplice pranzo. Verso la fine della giornata, tutti erano visibilmente stanchi ma felici.

Nella mente e nel cuore i due sposi hanno un progetto: Tornare magari tra mille traversie su quei monti dove Giuseppe ha combattuto, per rivedere e portare qualche fiore e pregare in quella chiesetta tanto cara dove era scolpita quella frase: Regina Pacis ora pro nobis”.

Così il giorno successivo partirono con una sgangherata bicicletta per arrivare alla stazione più vicina. E’ un viaggio lungo e faticoso, devono cambiare più volte il treno, percorrere anche lunghi tratti a piedi e inoltrarsi su ardui sentieri di montagna.-

Non si spaventano, e finalmente verso sera stanchi ed affamati arrivano al posto desiderato. Giuseppe per primo con il cuore palpitante entra in quella chiesetta, vede che una santa mano ha posto dinanzi all’altare qualche fiore. Si inginocchia poi seguito da Angela va a baciare l’immagine della Madonna, e li piange di gioia pensando di avere ricevuto la grazia di essere ancora vivo ed unito alla donna che ama.

Lassù è già notte, mille stelle trapuntano la volta celeste, e i due ragazzi stanchi ed infreddoliti, dopo aver mangiato le poche cose che avevano con loro s’addormentano in un angoletto della “loro” chiesetta.

All’alba Angela si sveglia ed esce subito, va a cogliere fiori per adornare quell’altare quasi spoglio. Anche Giuseppe la segue. La chiesetta in poco tempo profuma di mille fiori selvatici. Si inginocchiano e pregano, non vorrebbero più abbandonare quel luogo, ma si deve ritornare a valle, e la strada per arrivare al loro Polesine è lunga e molti sono gli impegni che li attendono nella loro nuova vita assieme.

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Amare significa anche cambiare se stessi per adattarsi alle esigenze degli altri, significa capire anche i silenzi di chi ci stà accanto.

Ogni essere umano ha bisogno di amare ed è sempre alla ricerca di amore e sente il desiderio di essere compreso per tutto quello che ha nel cuore.-

DOLCE ROVIGO

Bella e gentile Rovigo, città di cultura ed accogliente,
vivi sempre più con la tua gente.

Lei ti segue nelle cose che tu spesso puoi offrire:
canti, balli e cose culturali.

E, come si può negare ciò che tu tieni stretto fra le tue braccia.

      • il Teatro Sociale, culla fin dai tempi lontani dei più grandi cantanti lirici ed attrici;

      • la tua Accademia, ancor oggi centro di sapienza ed intelligenza;

      • il magnifico Duomo e tanti, tanti altri capolavori che inorgogliscono i nostri cuori.

O dolce città, dormi il sonno eterno
tra i tuoi grandi fiumi.

L’adige con la freschezza delle sue acque disseta
come un buon padre che cura i suoi figli,
curandoli come gingilli.

Il fiume Po, anche se un po’ lontano
culla la nostra città con tanta generosità.

Ed ecco il Mar Adriatico che attira a sé turisti d’ogni parte
facendo loro trascorrere vacanze tanto desiderate.

Grazie , o mia città,
ti porterò nel cuore oggi e per sempre
come un grande amore
perchè mi hai accolta come una madre
che ti ama premurosa
facendomi diventare una tua sposa.

La Misericordia

Virtù morale che deriva dalla virtù teologica di carità per cui siamo spinti a sentire con passione degli infelici ed aiutarli.Secondo la tradizine storica caritativa della chiesa si distinguono in quattordici opere di misericordia.

Ne ho sentito parlare molto della Misericordia avendo studiato presso il Collegio delle Suore della Misericorda, quindi non passava mese che durante le lezioni di religione quella Prof. Non si soffermasse in una delle opere della Misericordia. Fin d’allora capii l’importanza della parola della Misericodia, tanto declamata anche da Papa Francesco, ma capii fin dall’ora la fatica di osservare queste opere in quanto il nostro io non sarebbe portato di osservarle più di tanto.

Ricordo una Suora che volendomi bene spesso mi diceva: “Camilla, tu cerca di comportarti bene dopo c’è Chi Ci penserà”.

In questo giro d’amore, le cadute non devono avvilirci, anche fossero gravi, purchè ci rivolgiamo a Dio nel sacramento della Penitenza con dolore sincero e proposito retto. Gesù nostro Signore comprende la nostra fraglità ci attrare a Se e desidera che il nostro sforzo sia perseverante. Proprio perchè conosce la nostra fragilità e attende sempre che torniamo a Lui.

Un Dio che ci perdona, un Dio che ci purifica, che ci ripulisce dalle nostre colpe, è magnifico. Si può essere più paterno ?

Un Dio che non appena gli chiediamo perdono, ci perdona totalmente.

E’ stupendo.

La misericordia è un capolavoro di Dio: nei giudizi umani si castiga colui che confessa la propria colpa, nel giudizio divino lo si perdona.

Sia benedetto il santo Sacramento della penitenza. Un Dio che perdona , un Dio che ci purifica che ci ripulisce dalle nostre colpe è magnifico.

Gesù disse anche: vivete in Me , cioè chi cerca non smetta di cercare finchè non trova e quando troverà resterà sconvolto, così sconvolto, farà cose meravigliose e regnerà su tutto.

Aiutami a seguirti Signore !

VIAGGIO DELLA MEMORIA

Quest’oggi, dopo lungo silenzio, mi accingo a scrivere. E’ stata una lunga assenza dai quaderni e dalla penna a causa di una rottura di un tendine del braccio destro avvenuta forse prima della vacanza al mare. Ma, giunta a casa, chi di dovere, mi ha fatto guarire in pochi giorni. Ora eccomi nuovamente ad occupare il mio poco tempo libero.

Ho sempre pensato che fuori dalla porta di casa ci sia un sentiero che ci aspetta. In certi tratti si allarga, in altri si restringe rendendo il percorso difficile. Ci assale, alle volte,per farci compagnia anche la solitudine, succede per quante persone ci siano attorno, ti senti sempre sola ed è una sofferenza indescrivibile. Si desidera a scoprire il mistero dell’aldilà ,quasi vorresti raggiungerlo ma ecco le speranze cadono una dopo l’altra.

La nostra vita è un oceano infinito, i venti e le tempeste trasportano tutto quello che siamo, ma non devono perciò fermare le nostre speranze altrimenti sarebbe la fine.

In questo m omento mentre sto scrivendo provo una serenità indescrivibile, poiché penso alle tante persone che mi hanno voluto veramente bene , per primi i miei genitori che mi adoravano ed infine i miei tre fratelli che per loro ero importante. Chiedo ancora il perchè io sia rimasta sola su questa terra. Ecco allora la solitudine che ti fa soffrire fino all’impossibile. Ma se Dio vuole c he io sia ancora qui, non so se sia giusto: sia fatta la Sua volontà.

La nostra vita è intessuta di illusioni perdute, più che di speranze conquistate.

Da ragazza non mi resi conto che quelli erano anni veramente felici, anche la natura era più bella. Pensando a tutti questi doni di Dio guardo ancora il cielo. Mi aiuta a riflettere perchè nella sua vastità, trovo un senso di libertà. Abbandonare la vita prima della grande chiamata è un delitto è spegnere il lume prima che scenda la notte, prima che le tenebre ci circondino è un insulto a Dio, anche se alle volte si desidera di raggiungere l’aldilà per trovare quella pace tanto desiderata.

Ho sempre trovato conforto nella preghiera e nei libri. Le parole mi rincuorono dandomi la forza di andare avanti. Leggo le frasi, rifletto e poi torno a rileggerle per capire il significato, ma la vita è più forte delle parole, ci trascina dove vuole, a volte anche nella sofferenza.

Si può essere felici di fronte alla bellezza, alla verità, all’amore, ma anche all’incanto di una notte stellata o al rumore della pioggia che batte sulle tegole del tetto. La felicità non si compra, ma si vive. La felicità è un battito più forte del cuore. E’ ciò che proviamo quando diamo una parte di noi agli altri e non lasciarci vincere dallo sconforto , è cercare di ricucire gli strappi anche se il costo è molto alto. La felicità ci appare irragiungibile, invece è più vicina di quanto pensiamo, però quanta fatica raggiungerla! Alle volte penso che ci vorrebbe un aiuto divino , perchè noi poveri esseri umani non siamo capaci di lottare per certi nostri intimi desideri in quanto ci raggiunge la stanchezza della vita.

Cari ricordi

Cari ricordi

Eri un giovane bello e forte
non ti faceva paura nemmeno la morte.

Correvi con la tua bici a più non posso
qualche volta però qualcuno ti è caduto addosso.

Passarono gli anni lo sport era la tua vita,
il tuo quartiere (Tassina) era la tua gioia infinita.

Ma un brutto giorno, tutto quasi scomparve:
case allagate, strade interrotte, le rive del Po
si erano rotte, creando morte, devastazione
e tanto dolore nel tuo cuore.

Ti detti daffare non perdendo tempo:
aiutando vecchi, giovani , bambini,
avevi donato la tua giovane esistenza
portando quotidianamente molta pasienza.

Passarono gli anni un giorno ci incontrammo
e in quella terra e in quelle vie con la tua
giovane consorte dicendo: io voglio abitare
qui fino alla mia morte.

Nacquero due splendidi figli , non molto lontano
vivono da te, ora sei felice ricordando di tanto
in tanto giorni belli o meno di questo quartiere
regno per noi di pace, di gioia, e non mai di noia.